“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”
art.27, terzo comma della Costituzione della Repubblica Italiana

Nel problematico panorama carcerario italiano la Casa di Reclusione di Bollate si impone come un esempio virtuoso da seguire.

Il carcere di Bollate è noto per essere un esempio di innovazione e rieducazione per il sistema penitenziario italiano. Da anni implementa una serie di attività e programmi rivolti alla riabilitazione e al reinserimento sociale dei detenuti, cioè a quello che secondo la nostra Costituzione deve essere l’obiettivo primario della pena. Oggi all’interno del carcere di Bollate operano 7 Cooperative sociali, 3 srl e un ETS e  sono numerosissime le attività promosse: dalla formazione professionale all’inserimento nel lavoro in azienda, all’istruzione, a percorsi artistici e culturali. Ne descriveremo solo alcune, non perché “migliori” di altre, ma perché paradigmatiche dell’approccio di questo Istituto.

 

#RipartoDaMe

“Riparto da me” è un progetto di formazione e accompagnamento al lavoro in azienda che guida le persone detenute in un percorso di inclusione lavorativa, attraverso opportunità di orientamento e formazione e crea, tramite la sensibilizzazione delle aziende, un clima e delle condizioni lavorative per cui questo possa avvenire.

Non sempre le persone detenute riescono a fare un percorso di inserimento lavorativo durante la loro permanenza in carcere. Talvolta vengono inserite in percorsi brevi di tirocinio organizzati dalle cooperative che lavorano all’interno. Una volta scontata la pena, si ritrovano a contatto con un mondo del lavoro che fatica ad accoglierli e a cui loro stessi si adattano con difficoltà. Ed è così che, spesso, senza un’occupazione dignitosa e delle relazioni positive che diano un senso al loro tempo e al loro agire, aumenta il rischio di recidiva.

Progetto Ripartodame nel carcere di Bollate, una riunione di coordinamento

Una sessione di lavoro del programma #ripartodame

#RipartoDaMe nasce per rispondere a questo bisogno. La risposta che mette in campo parte dal presupposto che, per risolvere il problema, occorre migliorare le chance di inserimento lavorativo delle persone detenute. Ciò significa sia investire sulla loro formazione sia dare loro delle occasioni per tornare stabilmente nel mondo del lavoro.

Il progetto pilota è stato lanciato, insieme al carcere di Bollate, da Fondazione Adecco, da Fondazione Alberto e Franca Riva e dal centro studi dell’Università Cattolica nel 2019. Delle 15 persone detenute coinvolte otto hanno ottenuto un contratto di tirocinio, e sette di loro hanno firmato contratti di lavoro stabili.

Il percorso è estremamente articolato, e si è perfezionato nella seconda edizione, in particolar modo rispetto al processo di selezione, a percorsi di formazione professionale più verticali, a procedure in grado di semplificare i permessi di uscita. In quest’ultima edizione sono state 30 le persone detenute coinvolte, con una percentuale di inserimenti a tempo indeterminato molto più alta: 11 contratti a tempo indeterminato e 12 a tempo determinato (cioè il 75% delle persone coinvolte sono state inserite nel mondo del lavoro)  #RipartoDaMe si è avviato cosi a diventare un modello (anche di collaborazione fra vari Enti e Aziende) replicabile in altri istituti detentivi.

 

Il teatro

Le attività teatrali nel carcere di Bollate nascono 20 anni fa, con Michelina Capato, regista e coreografa. Oggi Michelina Capato non c’è più, ma i suoi insegnamenti hanno permesso la nascita, nel 2020, di una compagnia teatrale interna, Prison art, nata sotto la guida di Christian – Direttore artistico della compagnia – e di Stefano Pozzato, Presidente e unico ‘laico’ – come si dice in gergo – dell’associazione.  La compagnia, che ha acquisito competenze di regia, drammaturgia, scenografia, audio, luci, ha fatto del teatro un modo per esprimersi e per affrontare questioni rilevanti dal punto di vista sociale. Un buon esempio è lo spettacolo ‘Ci avete rotto il caos’, sui temi del bullismo e del degrado sociale delle periferie, rappresentato per la prima volta fuori del carcere, nel Piccolo Teatro di Milano, e che continua ad essere messo in scena. Un anno prima, nel 2019, nasce il progetto Fuori Cinema, la ristrutturazione del vecchio teatro che è diventata sala multifunzionale, contemporaneamente cinema e teatro, in collaborazione con il cinema Anteo e il teatro Elfo Puccini, aperto a tutta la comunità, per creare attraverso la magia del palcoscenico una relazione umana fra chi è “dentro” e chi è “fuori”.

Quella del teatro è una passione che ha aiutato molti detenuti ad uno straordinario lavoro introspettivo e ad una importante crescita culturale e di formazione professionale.

Cosi l’arte teatrale è diventata nel carcere di Bollate una fetta dell’esperienza educativa, che per alcuni si traduce in una carriera da attore o da tecnico audio luci una volta scontata la pena, per altri termina con la conclusione dell’esperienza detentiva, ma resta comunque un momento formativo che arricchisce per la vita.

L'esperienza teatrale per i detenuti nel carcere di Bollate

Gli attori del carcere di Bollate durante una performance

 

Il ristorante “In galera”

La nascita del primo ristorante al mondo con sede all’interno di un istituto detentivo, ma aperto al pubblico esterno ha radici lontane. Nato dalla intuizione di Enrica Givanni Chiaretti, volontaria di Sesta Opera e coordinatrice del gruppo di quei volontari a Bollate, che il 3 dicembre 2002 ottenne dalla direttrice  Lucia Castellano il permesso per tre detenuti del primo reparto del carcere di preparare nella cucina di reparto le portate per l’anniversario del suo matrimonio. Dal successo di quella prima esperienza si formò nel tempo la cooperativa di Catering “ABC la sapienza in tavola”, fondata nel 2004, per offrire sevizi di catering professionale attraverso il lavoro di detenuti e professionisti del settore e portata avanti da Silvia Polleri.
Abc Catering aveva un sogno ambizioso, a completamento del percorso riabilitativo, nel tentativo di eliminare lo stigma che la società imprime a chi ha trascorso un periodo della propria vita in carcere: aprire un ristorante con la partecipazione dei detenuti.

Il progetto "In Galera" il ristorante nel carcere di Bollate

Il ristorante “In Galera”

Il sogno comincia a concretizzarsi nel 2013 con l’incontro di un’azienda, PwC in Italia, che sulla scorta di esperienze sviluppate a livello internazionale e riconoscendo nel food un elemento determinante per la cultura e lo sviluppo del nostro Paese, coltiva da tempo l’idea di realizzare un ristorante sociale: così mette a disposizione competenze di business e risorse finanziarie. E nel 2015, facendo rete con altri soggetti partner ( Fondazione Cariplo, Ministero della Giustizia, Istituto Alberghiero Paolo Frisi, Fondazione Peppino Vismara), viene lanciato InGalera.

Il successo di pubblico e mediatico è straordinario, e dopo quasi dieci anni di attività sono numerosi i detenuti che dopo la pena si sono inseriti stabilmente nel mondo del lavoro forti di quell’esperienza, e migliaia i clienti che, anche grazie alla frequentazione del ristorante, hanno abbandonato i pregiudizi che costituiscono spesso uno stigma insuperabile nei confronti di chi ha subito pene detentive.

 

Programma “Digital-Unify

È uno dei progetti più riusciti e longevi: un laboratorio di informatica che oggi con le sue lezioni coinvolge circa 350 detenuti all’anno, con corsi base, corsi intermedi e corsi avanzati professionalizzanti, frutto di una articolata collaborazione fra il mondo aziendale, quello carcerario e il mondo del volontariato. I corsi organizzati sono stati più di 100.

Il programma “Digital-Unify” nacque nel 2009 per iniziativa di Guido Chiaretti, Presidente di Sesta Opera, che riuscì a coinvolgere nell’iniziativa la Fondazione dell’azienda STMicroelectronics, che oltre a certificare la preparazione dei docenti e dei tutor volontari rilascia agli iscritti, dopo un esame di verifica, un attestato di partecipazione.

Il laboratorio lavora sull’alfabetizzazione informatica di base e la formazione professionale, ma ha anche obiettivi educativi legati al rispetto reciproco fra i partecipanti, alla puntualità nella frequenza dei corsi, alla cura delle attrezzature messe a disposizione.

Il successo del corso è cresciuto esponenzialmente negli anni: sia da parte dei soggetti destinatari (per il 2024 sono state aperte liste di attesa per la partecipazione…) sia per le aziende che lavorano all’interno dell’istituto, che considerano ormai un elemento preferenziale la frequenza del laboratorio per le assunzioni.

Il progetto Digital-Unifiy, formazione digitale ai detenuti del carcere di Bollate (Mi)

Uno studente del progetto Digital-Unify al lavoro

Il risultato di questi progetti, insieme ai tanti che non abbiamo elencato, insegnano al sistema carcerario italiano nel suo complesso, due volte sanzionato da denunce della Corte Europea per i diritti dell’uomo, almeno due cose: che le pene possono davvero portare alla riabilitazione del condannato, come recita la nostra Costituzione, e che questo è possibile attraverso un poderoso sforzo che parte dall’istituto detentivo, che deve però irradiarsi verso altri soggetti pubblici e privati. Perché riuscire a fare rete è fondamentale per realizzare percorsi dove sensibilità sociale ma anche professionalità e capacità di attrarre risorse sono ingredienti indispensabili per avere successo.